Si va progressivamente affermando un diverso paradigma di infrastruttura industriale che deriva dalla possibilità di gestire remotamente un insieme di risorse attraverso il controllo che viene abilitato dai dati IoT. Il cloud diventa il mezzo attraverso il quale realizzare questa inversione di rotta, rendendo possibile una diversa logica di investimento – pay-per-use – che riduce drasticamente il costo di accesso a importanti tecnologie

di Piero Macrì

Attraverso analisi selettive una componente sempre più ampia di workload applicativi ha intrapreso la strada verso il cloud, andando ad alimentare la capacità computazionale fruibile in una logica as a service. Un processo che implica il passaggio da investimenti CAPEX a investimenti OPEX così come l’outsourcing della gestione della manutenzione e aggiornamento tecnologico, rendendo così le aziende più flessibili in termini di provisioning infrastrutturale.

Accanto alla dimensione computazionale si va contemporanemaente affermando la dimensione dei dati, il cui driver è il big data, ovvero la possibilità da parte delle aziende di convogliare in cloud grandi quantità di dati da elaborare in forma innovativa per riuscire a estrarre da essi nuova conoscenza utile allo sviluppo del business. Tendenza quest’ultima che viene amplificata dall’affermazione dell’Internet of Things, ovvero dalla metablizzazione in rete di oggetti di ogni genere e grado equipaggiati con sensori che consentono di inviare dati e informazioni sul proprio stato operativo.

E’ uno scenario, quello di cui sopra, che è ormai diventato realtà per tutte le organizzazioni il cui approccio si differenzia soltanto in termini di percentuale di utilizzo – chi più chi meno – in quanto è ormai più che assodato che una quota di servizi in cloud è un tratto comune in tutte le organizzazioni.

All’interno del perimetro aziendale rimangono strutture IT importanti – legacy e  non – destinate a essere progressivamente neutralizzate dal coud. E quel che rimane viene re-ingegnerizzato secondo le nuove regole architetturali software defined di nuova generazione che vanno a comporre quel che comunemente viene definito come cloud privato, in antitesi alla dimensione pubblica off-premise.

Si afferma un mondo ibrido in cui convivono – in virtù di esigenze applicative e di valutazioni economiche – risorse server e di storage fisiche e virtuali, declinate nelle forme private o pubbliche as a service. In sintesi si tende ad affermare l’informatica come servizio, declinabile a livello Software, di Infrastruttura e di Piattaforma che contiene in sè tutti gli elementi  abilitanti lo sviluppo e la gestione di applicazioni e servizi.

Quali i driver primari dell’affermazione del cloud? Se in un primo tempo tutta l’attenzione era focalizzata sulla posssibile riduzione dei costi, oggi il cloud viene visto in primis come un acceleratore della velocità del business, ovvero come una modalità di messa in esdercizio delle applicazioni che assicura rapidità di implementazione e flessibilità di utilizzo senza dover essere dipendenti da un investimento in conto capitale, acquisendo al tempo stesso una logica più aderente alle evoluzioni future.

L’aderenza a questo modello varia in funzione della specificità di ogni singola organizzazione: se si parte da tabula rasa, vedi start-up, il modello d’infrastruttura sarà nativamente as a service, se al contrario ci si confronta con realtà aziendali con una storia pregressa sarà uno scenario ibrido a prevalere.

Se in un primo tempo tutta l’attenzione era focalizzata sulla posssibile riduzione dei costi, oggi il cloud viene visto in primis come un acceleratore della velocità del business, ovvero come una modalità di messa in esercizio delle applicazioni che assicura rapidità di implementazione e flessibilità di utilizzo senza essere dipendenti da un investimento in conto capitale, acquisendo al tempo stesso una logica più aderente alle evoluzioni delle singole realtà aziendali.

Quello che ci si inizia ora a domandare è se sarà mai possibile proiettare una stessa identica fruizione infrastrutturale al mondo dell’Operational Technology ovvero a quella dimensione infrastrutturale fatta di sistemi e macchinari dedicati alla produzione di beni industriali e di consumo.

La questione ha assunto una sua precisa connotazione nella formulazione del termine Manufacturing As A Service (MaaS) e sta diventando oggetto di discussione, non solo e non più in quelli che possono essere considerati i salotti buoni dell’innovazione tecnologica, vale a dire centri ricerca e università, ma nel mondo reale.

Da parte dei fornitori significa pensare di rendere sostenibile da un punto di vista business l’utilizzo di un’infrastruttura  in modalità as a serivce, ovvero in funzione del suo utilizzo: non vendo la macchina, vendo il servizio, in base a una serie di indici di operatività.

Il nucleo abilitante questo diverso paradigma di infrastruttura industriale deriva dalla possibilità di gestire remotamente un insieme di risorse attraverso il controllo che viene abilitato dai dati acquisibili grazie alla logica IoT. Il cloud diventa il mezzo attraverso il quale realizzare questa inversione di rotta, rendendo possibile una diversa logica di investimento pay-per-use che implica la riduzione dei costi di accesso a importanti tecnologie, una volta appannaggio delle sole grandi aziende

L’evoluzione di tutto ciò che può essere riferibile al Manufacturing as a Service avrà un grande impatto nella dimensione della produzione industriale. Dalla vendita del prodotto in sé si aprono nuovi e interessanti percorsi che prefigurano modelli di business associati a Key Performance Indicator resi disponbili dalla sensoristica.

Un esempio? In ambito aeronautico Rolls-Royce intende trarre vantaggio dall’IoT per fatturare in base al numero di ore di operatività di una singola componente/prodotto rendendo implicita l’affermazione di una logica di servizio pay-as-you-go il cui fattore abilitante è il cloud manufacturing.

Uno scenario che raccoglie in sé tutta una serie di variabili di servizio abilitanti funzioni di monitoraggio e diagnostica, assistenza remota e manutenzione proattiva. Scenario che nella sua evoluzione può prevedere una sinergia con le applicazioni business, si pensi alla logistica e alla supply chain, andando così a creare un valore competitivo superiore.