Fabbrica digitale e automazione d’impresa. Il mondo manifatturiero alla disperata ricerca di figure e competenze ordinarie e stra-ordinarie.

 di Piero Macrì

 

Mismatch, disparità. Domanda e offerta del lavoro viaggiano su binari paralleli. E non si incontrano. Ai tempi di Industria 4.0 le aziende manifatturiere – 2.0 o 3.0 in ordine allo stato di evoluzione tecnologica acquisito – hanno difficoltà a reperire manodopera specializzata. Si cercano tecnici in grado di essere inseriti in contesti di fabbrica dove si richiede la capacità di gestire sistemi e impianti che rientrano nella dimensione dell’automazione industriale.

Più e più volte nel corso dell’anno sono apparsi su giornali nazionali e sulla stampa locale, articoli che hanno raccontato la storia di imprenditori di Piemonte, Lombardia, Emilia e Romagna, Veneto e Friuli con crescenti difficoltà nel reperire persone con competenze allineate alle nuove esigenze. Nella maggior parte dei casi non sono aziende che utilizzano tecnologia avveniristica, ma realtà d’impresa dove esistono sistemi e macchine che rientrano nell’ordinario scenario di produzione degli anni duemila.

Ai tempi di Industria 4.0 serve restituire dignità al lavoro di fabbrica e alle nuove figure professionali emergenti dal mondo dell’automazione nei differenti settori di industry, in primis quello manifatturiero. Occorre ripensare i percorsi formativi: non esiste solo la futuribile professione del data scientist, o l’esperto di intelligenza artificiale e logica algoritmica, esiste uno spazio per tutti coloro che devono gestire e coordinare gli elementi produttivi che nascono dall’ingegnerizzazione di queste tecnologie.

Per quanto si continui ad affermare che la new wave tecnologica sia destinata a ridurre il numero di occupati ovunque e comunque, la realtà ci dice che serviranno competenze qualificate oltre l’ordinario sia nella parte più alta sia nella parte più bassa dei processi. E’ considerare il tutto come un’unicum che consentirà alle aziende di proiettarsi nel mondo della data production che sottintende la dimensione dell’Internet of Things.

Esistono e continueranno a esistere profili di competenze complementari e non mutuamente esclusivi. Alto e basso sono destinati a coesistere, ciascuno con la sua specificità. Guru del machine learning e tecnici dell’ambiente di produzione sono e saranno essenziali per la sostenibilità dell’ambiente di lavoro.

Così come esiste lo smart worker nella dimensione più propriamente informatica o digitale, esiste lo smart worker nella dimensione dell’impresa di produzione. Smart worker ovvero operaio specializzato. Eppure, quest’ultimo è un termine che ormai non soddisfa le ambizioni di nessuno.

Un fenomeno tanto più vero se lo si considera nella prospettiva di un’evoluzione in un percorso 4.0, dove la gerarchia delle competenze riguarda sia l’ambiente Operational Technology – in buona sostanza controllo di sistemi e macchinari – sia l’ambiente di Information Technology. Ingegneri, informatici e tecnici specializzati, tutti sono e rimarranno indispensabili. Lo è stato per la fabbrica 1.0, lo sarà nella fabbrica 10.0.

Nuove professionalità, verso l’alto e verso il basso, non potranno essere soddisfatte dai soli laureati, ma da una nuova generazione di nativi digitali che potranno affacciarsi al mondo del lavoro al termine del percorso formativo della scuola secondaria.

Sarebbe una gran bella cosa se il tema della formazione e dell’istruzione fosse al centro del dibattito politico. Quale avvenire, per esempio, per i sempre più bistrattati Istituti Tecnici Industriali, ora scientifici, mai valorizzati, e sempre più, tranne eccezioni, squalificati?

Il mondo iper-tecnologico deve avere una scuola al passo con i tempi, capace di formare high skill worker, verso l’alto e verso il basso. C’è spazio per tutti. Ed è un’occasione perché la disparità tra domanda e offerta di lavoro possa essere colmata e far sì che il Nord Est, o altra geografia d’Italia. possa trovare i suoi smart worker.

 

 

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