In termini di vendite in volume per il 2017 IFR dichiara un venduto globale pari a 387mila unità per una crescita rispetto al 2016 dell’ordine del 31%, La crescita maggiore è stata registrata in Cina (+58%) per complessive 138mila unità, mentre Germania e Stati Uniti hanno evidenziato crescite rispettivamente dell’8% e del 6%.

di Piero Macrì

La domanda di automazione è in massima parte espressa dall’industria automobilistica, mercato naturale e storico della robotica di fabbrica. Circa un terzo del venduto globale appartiene a questo segmento, per l’esattezza 125mila unità sulle 385mila complessive sono state assoribite dal comparto di riferimento. La più alta crescita per segmento è stata però generata dall’industria dei metalli (+55%) e, a seguire, dall’elettronica ed elettrotecnica (+33%) e dal food (+19%).

Secondo dati elaborati da International Federation of Robotics, nell’industria manifatturiera nel mondo sono attualmente installati 74 robot ogni 10mila lavoratori. La densità dei robot in rapporto al numero di lavoratori è quindi pari allo 0,74%. Il che non vuol dire che sia una tendenza destinata a crescere: è sicuramente destinato a crescere il numero complessivo di robot installati, quanto e come cambierà il loro volume installato rispetto alla forza lavoro complessiva è invece un’informazione alquanto complessa da ipotizzare.

Entrare nel merito di una possibile analisi previsionale sull’evoluzione della dinamica occupazionale in relazione a nuove macchine intelligenti è davvero complicato. Se diamo credito alla proiezione ottimistica ovvero che l’automazione è in grado di creare nuovi posti di lavoro poiché nel medio lungo periodo compensa la perdita causata da un’introduzione estensiva della robotica/automazione, il rapporto percentuale è destinato a rimanere invariato: aumentano i robot, ma aumenta l’occupazione. In questo scenario l’automazione, infatti, sarebbe in grado di innescare una sorta di circolo virtuoso tale per cui più umani verrebbero liberati da attività ripetitive per entrare a far parte della schiera di coloro che sviluppano coordinano e gestiscono sistemi e processi che governano l’automazione. Se diamo invece per valida la tesi oscurantistica, basata sull’equazione più robot uguale meno lavoratori, l’indice di densità dei robot è destinato inevitabilmente a crescere.

Ma per comprendere meglio l’andamento di questa dinamica occorre andare oltre la media di mercato, analizzando i dati in riferimento alle macroaree economiche – economie avanzate, emergenti o in via di sviluppo. A questo riguardo è utile guardare ai dati relativi ai maggiori utilizzatori di tecnologia robotica ovvero a quei Paesi associati alle economie avanzate. Ebbene, al primo posto troviamo la Corea del Sud, la cui industria manifatturiera appare di gran lunga la più automatizzata del pianeta, con una densità di robot in rapporto al numero di lavoratori pari al 6,3%. Segue Singapore con il 4,8%, dato quest’ultimo significativo, ma che a tutti gli effetti rappresenta di per sé una sorta di best practice, non correlabile per dimensioni e popolazione a economie di altri Paesi.

Interessante è invece il dato della Germania, di gran lunga il Paese europeo, con la densità robotica più elevata di tutta l’area, equivalente a 309 robot per ogni 10mila lavoratori. Numeri che fanno della Germania il quarto Paese al mondo più automatizzato. Gli Stati Uniti, contrario di quanto si potrebbe supporre non è affatto, quanto meno riguardo alla specificità della presenza dei robot, un paese straordinariamente più avanzato di altri paesi ad alto consumo tecnologico: con un indice di densità dell’1,89% gli USA hanno un mumero di robot installati pressoché identico a quello che evidenzia l’industria manifatturiera italiana, posizionata all’ottavo posto della classifica con un indice dell’1,85%. Un dato che dimostra la modernità che contraddistingue l’economia manifatturiera del nostro Paese. In Europa, tranne che per la Germania, meglio di noi solo Svezia e Danimarca.

Sotto la media globale si posizionano invece paesi come la Gran Bretagna e la Cina, che rispettivamente esprimono un indice di densità dello 0,71% e dello 0,68%. Assolutamente fuori mercato la Russia il cui numero di robot installati è del tutto insignificante ovvero 3 per ogni 10mila lavoratori, dato che evidenzia la scarsa rilevanza della produzione manifatturiera locale e allo stesso tempo la relativa arretratezza.

E allora più robot e in linea generale più automazione comporta “automaticamente”  una riduzione di posti di lavoro? Concentrandoci sul settore industriale e analizzando il mercato tedesco –  vale a dire quello che in Europa rappresenta il Paese dove negli anni si è espressa la maggiore automazione a livello di fabbricav – la risposta è sì, ed è una tendenza che verosimolmente potrebbe essere accentuata dall’introduzione dei robot. La risposta è nel grafico elaborata dalla Banca Mondiale riferito al tasso di occupazione nel settore industriale tedesco nel periodo 1991 – 2017. Ebbene, il numero di occupati nell’industria tedesca in questo lasso di tempo è sceso dal 40,8% all’attuale 27,2%.

Quindi, sì, l’automazione riduce posti di lavoro. Affermazione tanto più vera se  supportata dai dati relativi all’andamento della produzione manifatturiera tedesca registrato nello stesso periodo (vedi grafico Trading Economics), grafico da cui si evince che a fronte di una riduzione di posti lavoro di oltre 13 punti del settore manifatturiero percentuali il volume di produzione è rimasto pressoché invariato.

Ma attenzione. Nello stesso periodo il tasso di occupazione complessivo della Germania è aumentato di 2 punti percentuali. E’ in parte una forzatura, poiché le variabili in gioco sono molteplici, ma quanto successo negli ultimi vent’anni ci porta a dire che un più elevato tasso tecnologico, che comporta implicitamente un’automazione a tutti i livelli, non si traduce di per sé in una riduzione dei posti di lavoro complessivi. Questa tendenza si riflette, eventualmente ed esclusivamente, all’interno del singolo settore manifatturiero creando però presupposti per una crescita economica in grado di espandere, o quanto meno stabilizzare, il numero di lavoratori complessivi.